Commento alla Parola

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Commento alla Parola domenicale

09 settembre

XXIII domenica del tempo ordinario

Se nella prima lettura, profeticamente Isaia ha annunciato di avere coraggio e non temere perché il Signore avrebbe manifestato la sua vicinanza, ed in particolare l’avrebbe fatto donando vista, udito, forza di camminare, parola… ecco che nel brano di Vangelo, Gesù si manifesta al popolo proprio come la concretizzazione di questa profezia donando udito e parola al sordomuto.

Sappiamo bene come sono collegate queste due funzioni fondamentali per la comunicazione: udito e parola. Gesù pronuncia quell’Effatà, proprio invocando il Padre in quello sguardo verso il cielo, perché renda possibile a quell’uomo tornare a comunicare con i suoi fratelli. Nell’ordine l’evangelista Marco ci sottolinea per due volte come l’udito venga prima della parola. Non credo si tratti di una sottolineatura medica… per cui uno non può pronunciare delle parole se non ha a sua volta sentito, appunto come si fa con i bambini, si parla continuamente a loro, non in attesa di una risposta, ma perché la parola udita possa pian piano prendere forma dentro di loro e manifestarsi a sua volta in suoni carichi di senso e, quindi, in capacità di comunicare.

Quello però che vale dal punto di vista fisico, nel nostro imparare a  parlare, ecco che si manifesta anche dal punto di vista della fede, infatti non possiamo rendere lode a Dio, non possiamo nemmeno chiamarlo Padre se prima non ascoltiamo il Figlio suo che ci insegna a fare questo. Il Vangelo di oggi, credo che ci inviti in maniera forte ad un ritorno ad ascoltare con abbondanza, senza stancarsi la Parola del Signore, lasciarci in qualche modo riempire, inzuppare della sua parola, affinché anche le nostre parole pronunciate siano a loro volta cariche della nostra fede, cariche di lui… un po’ come un biscotto inzuppato che quando lo sollevi dal latte rilascia un po’ del liquido di cui si è riempito… così sia la nostra fede, la nostra vita, il nostro cuore… un biscotto che nella liturgia domenicale o quotidiana, nell’ascolto della Parola si lascia inzuppare di Dio per rilasciare quanto ha ascoltato nei fratelli che incontriamo sul nostro cammino.

Ed ecco che un cuore pieno di Dio diventa capace anche di proclamare a tutti quanto è avvenuto e di diventare contagioso verso altri… nonostante la proibizione di Gesù, infatti tutta la folla stupita si mette a rendere lode a Dio per il suo aver fatto bene ogni cosa…

Chiediamo al Signore che ci renda in qualche modo contagiosi di bene, nei confronti di quanti incontriamo sul nostro cammino, lì dove la vita ci ha posto nelle nostre attività di ogni giorno, in famiglia, sul posto di lavoro, nei luoghi che frequentiamo nel tempo libero… perché come diceva la grande mistica Madeleine Delbrel, Fa’ che, come “fiammelle nelle stoppie”, corriamo per le vie della città, e fiancheggiamo le onde della folla, contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia.

– O –

Questo è in qualche modo il mio augurio e la mia consegna a me e a ciascuno di voi, nel proseguo del mio e del vostro cammino che si separa dal punto di vista del luogo, ma non dal punto di vista dell’orizzonte verso il quale tutti tendiamo, che è proprio Lui, il Signore. Mi auguro, in qualche modo, magari solo balbettato, magari solo abbozzato, di essere riuscito ad ascoltare io per primo la Parola del Signore e averla condivisa con voi, non solo con le parole pronunciate da questo luogo o in oratorio, ma con la vita, con l’impegno e l’ascolto, la dedizione e la cura che ho cercato di avere per tutti e per ciascuno. Nel chiedere scusa per quando in questo non sono riuscito, vi auguro che, al di là della mia persona, in qualche modo abbiate potuto intravedere il Signore e fare qualche passo verso di Lui. Vi auguro di continuare a camminare… lasciatemelo dire così, per riprendere l’immagine del biscotto… sbrodolando la vostra fede nelle strade di questa città.

Commento alla Parola domenicale

02 settembre

XXII domenica del tempo ordinario

Se appartenere ad una religione, fin dall’antichità ha significato fare alcune cose ad esempio riti, comportamenti che identificavano in un gruppo; oppure non fare altre cose, limitazioni all’azione proprio per rispettare i dettami della religione stessa; quando abbiamo a che fare con Gesù, queste dinamiche decadono. Certo, è più facile identificare l’essere cristiani, con l’appartenere ad una religione e ad una confessione ben precisa: cristiani cattolici, ma Gesù ci chiede non di appartenere ad una religione ma in un certo senso di appartenere a lui, di diventare suoi amici, suoi discepoli.

Non è quindi una questione di esteriorità di pratiche… certo che servono anche quelle, ma il problema è dove si posiziona il tuo cuore. Per riprendere la citazione di Isaia che Marco pone sulle labbra di Gesù, è più facile onorare con le labbra che seguire con il cuore. Quanto ce ne accorgiamo anche nella nostra vita quotidiana: è più facile assecondare una persona con le parole che stargli vicino veramente con il cuore. Il nostro cuore, infatti, si presenta come un organo un po’ ribelle perché, spesso, non viaggia in armonia con la nostra mente. Quante volte ci capita di non riuscire a fare seriamente e con coerenza, qualcosa che razionalmente ci sembra la cosa giusta da fare… se non fosse così, tutti i comportamenti che potremmo definire a rischio svanirebbero in un istante… se cuore e mente fossero in sintonia, metterei a rischio la mia salute con fumo, droga, alcol, velocità o mancato rispetto del codice della strada… quante volte uno cerca di autoconvincersi della necessità di correggere certi comportamenti ma dopo qualche giorno rinuncia… il cuore non era allineato con la mente. Gesù ce lo dice anche riguardo al nostro diventare suoi discepoli. Le opere esteriori, le possiamo paragonare alle scelte della mente, possono essere solo dei gesti che vengono posti in essere per sentirci a posto. Ma a lui interessa dove risiede il nostro cuore. Solo se il nostro cuore è lì dove sono i nostri gesti, allora anche il gesto assume valore e senso, se il nostro cuore l’abbiamo lasciato sul sagrato, o a casa spaparanzato sul divano o a vedere la partita, forse anche noi rischiamo di cadere nel tranello di scribi e farisei.

Chiediamo al Signore la grazia di amarlo con tutto il cuore, di porre il nostro cuore vicino al suo, di porre il cuore in tutto quanto facciamo, in tutti i gesti anche religiosi che compiamo, allora non saranno gesti scaramantici o per tenere buono un dio lunatico o per quietare la nostra coscienza ma saranno la ricerca di una relazione profonda con il nostro creatore, colui che ci ama più di quanto noi non sappiamo fare con noi stessi.

Commento alla Parola domenicale

26 agosto

Solennità patronale di S. Alessandro

1° giorno triduo preparazione a S. Alessandro

Umiltà e umiliazione

Ho pensato di seguire, per le omelie di questi 3 giorni in preparazione alla nostra festa patronale, lo stesso tema che è stato scelto insieme alla città, così da comporre un tutt’uno che in qualche modo possa aiutare ciascuno a trovare la propria dimensione. Se la città parte da alcuni personaggi di rilievo per ricercare attraverso la loro biografia i tratti dell’umiltà, io in queste sere proverò a delinearne qualche caratteristica partendo dai brani che la liturgia ci offrirà, facendomi aiutare anche da alcune parole pronunciate in diverse occasioni da papa Francesco e cercando di comprendere come ci portano alla figura di S. Alessandro.

Questa sera, il brano di Vangelo ci parla di quel chicco di grano che solo morendo può produrre frutto. Se pensiamo al grano, quanto sono belli i campi quando il grano è maturo, anche gli artisti spesso sono rimasti affascinati dalle distese di grano maturo, pronto per la mietitura… uno fra tutti possiamo pensare il grande Van Gogh che ha dipinto tele su tele con questo soggetto… eppure Gesù, nel vangelo non si sofferma sulla bellezza della spiga, sul profumo del grano maturo, non ci dice quanto è slanciato lo stelo del grano; a lui interessa che quel chicco di grano cada in terra e che una volta a terra muoia… la dinamica dell’umiltà, non è questione di immagine, di look, di fama e notorietà, l’umiltà è difficile sperimentarla, prevederla e testimoniarla mentre sei sulla cresta dell’onda, mentre tutti parlano bene di te, quando sei acclamato, quando puoi dimostrare le tue capacità e le tue migliori doti o qualità…

La virtù dell’umiltà è una virtù che costa piuttosto cara, perché si può manifestare, come per il chicco di grano, solo quando cadi a terra, quando lasci cadere tutte le maschere e le barriere difensive che ti sei costruito per far sì che gli altri incontrino l’immagine di te che tu vuoi restituire loro… l’umiltà, papa Francesco ce lo ricorda in una delle sue meditazioni mattutine in S. Marta: «Qualcuno crede che essere umile è essere educato, cortese, chiudere gli occhi nella preghiera…», avere una sorta di «faccia di immaginetta». Invece «no, essere umile non è quello». «C’è un segno, un segnale, l’unico: accettare le umiliazioni. L’umiltà senza umiliazioni non è umiltà. Umile è quell’uomo, quella donna, che è capace di sopportare le umiliazioni come le ha sopportate Gesù, l’umiliato, il grande umiliato». Il cristiano è chiamato ad accettare «l’umiliazione della croce», come Gesù che «è stato capace di custodire il germoglio, custodire la crescita, custodire lo Spirito».

È proprio ciò che fa il chicco di grano che viene umiliato cadendo a terra, che vive l’esperienza della croce, cioè della morte, eppure proprio da quell’esperienza di umiliazione emerge la vita, il suo essere capace di generare, non di tenere per sé l’esistenza ma di metterla a disposizione perché anche altri possano vivere e diventare credenti, capaci a loro volta di portare la croce.

S. Alessandro nostro patrono ha vissuto l’esperienza dell’umiliazione, della morte, ha professato fino in fondo la sua fede nel Signore e proprio questo l’ha portato alla condanna. Un’esperienza di umiliazione perché lui, che era vessillifero della legione Tebea, si è trovato a dover fuggire e nascondersi più volte per scampare alla morte e, credo, che per un militare questa sia proprio una delle umiliazioni più forti, eppure proprio in questa umiliazione accettata ed accolta con umiltà ecco che Alessandro è stato testimone nei confronti di tante persone della sua epoca, nel suo essere nascosto nella nostra terra, ecco che ha potuto incontrare diverse persone ed annunciare loro il Dio di Gesù Cristo ed aiutarli ad arrivare alla fede.

Chiediamo al Signore che anche la nostra fede, segnata dalle umiliazioni che la vita ci pone sul nostro cammino, diventi sempre più forte, capace di testimoniare con gioia e coraggio ai più piccoli del nostro tempo, la bellezza di essere cristiani e di affidarci con umiltà al Signore della storia e della nostra vita.

 

 

2° giorno triduo preparazione a S. Alessandro

Umiltà è fare posto

Se ieri sera abbiamo riletto il tema dell’umiltà accostandolo a quello dell’umiliazione e, quindi della morte del chicco di grano, segno della croce di Cristo dalla quale non possiamo tirarci indietro se vogliamo definirci cristiani, ecco che questa sera, San Bartolomeo o Natanaele di Cana di Galilea, come lo chiama il Vangelo, ci aiuta a comprendere che umiltà vuol dire farsi da parte.

Con questa affermazione non si intende il cercare di nascondersi per esimersi dal fare la propria parte nella comunità, ma l’esperienza del valore dell’umiltà passa dal riconoscere che il centro non sono io. Per utilizzare locuzioni di gergo comune vivo l’umiltà se riconosco che io non sono “l’ombelico del mondo”, che il mondo non “ruota intorno a me” e nemmeno è “costruito intorno a me”.

In un’epoca nella quale la componente dell’individualismo e dell’affermazione dell’individualità e dell’assolutizzazione del sé, ecco che il vangelo e la virtù dell’umiltà ci riportano a porre un altro al centro della nostra vita, della nostra storia, della nostra comunità.

È quanto ha sperimentato Natanaele, quando è passato dal riconoscere solo il proprio punto di vista, secondo cui nulla di buono poteva venire da Nazareth, al fare spazio nella sua mente e nel suo cuore alla presenza di Gesù e al fatto che il Maestro di Nazareth si presentava proprio come uno che aveva qualcosa e qualcosa di buono da dire e da offrire proprio alla sua vita.

Papa Francesco ha riassunto in un breve motto questo in un suo Angelus: “l’umiltà è come un vuoto che lascia posto a Dio”. Se il mio cuore, se la mia vita è tutta e solo centrata su di me, se io sono il solo protagonista della mia storia, quasi come se si trattasse di un monologo o di un teatro dove tutti gli altri sono semplici comparse, non sperimento la virtù dell’umiltà perché tutto parte e torna su di me, perché sono l’unico discrimine della mia esistenza. Proprio come all’inizio stava rischiando di fare il povero Natanaele. Umiltà, invece è lasciarsi condurre anche da un altro, da Filippo che porta Bartolomeo da Gesù, per poi accorgerci che l’latro a cui veniamo portati è in grado di andare molto più in profondità della mia vita di quanto non sia in grado di fare io stesso.

Quanto spazio occupiamo noi in noi stessi, spesso siamo rigonfi di noi stessi, non abbiamo posto per gli altri, figuriamoci per il Signore… magari gli ritagliamo qualche momento della nostra esistenza, ma quanta parte del nostro cuore possiamo dire essere pronta per accogliere lui? S.Alessandro è stato disposto a mettere da parte tutto sé stesso, le sue ambizioni, le sue scelte, la sua vita perfino proprio in nome del Signore.

In un’epoca di persecuzioni nei confronti dei cristiani, non ha taciuto la sua fede, non ha fatto finta di sacrificare sull’altare che era stato eretto, ma ha continuato a proclamare la sua fede nel Dio di Gesù Cristo, anche se sapeva che questo gli sarebbe costato la vita.

In oltre mi vien da dire che se S. Alessandro ha vissuto la dimensione dell’umiltà da vivo, non ha smesso di sperimentarla anche da morto, quando per permettere la costruzione delle mura venete si è proceduto all’abbattimento del luogo che ne conservava le spoglie mortali e ricordava la sua sepoltura.

Possiamo dire che anche da morto S. Alessandro ha continuato a far spazio a Dio, facendo spazio alle esigenze che emergevano da parte della società dell’epoca, il Signore ci insegni a fargli spazio all’interno della nostra società, riconoscendo a cosa ci chiama da cittadini concreti di una comunità e di una nazione concreta, in un’epoca ben precisa… il nostro essere cristiani non ci illuda di essere fuori dalla società ma ci porti proprio a stare dentro la società di oggi dando il giusto spazio e posto a ciascuno e riconoscendo che solo dando un posto adeguato al Signore, allora è possibile che anche i fratelli trovino uno spazio di dialogo perché nessuno si sentirà il centro del mondo, ma tutti convergeranno lo sguardo a riconoscere quel cielo aperto, quell’assaggio di paradiso qui su questa terra.

 

3° giorno triduo preparazione e festa di S. Alessandro

Umiltà è lasciarsi scegliere

In questa serie di riflessioni intorno al tema dell’umiltà, partendo dal brano di vangelo di oggi, vorrei soffermarmi sul fatto che umiltà, in qualche modo, vuol dire lasciarsi scegliere. Se abbiamo visto nelle scorse sere che umiltà viaggia per forza insieme alle umiliazioni e che necessita di fare spazio ad un altro ed in particolare al Signore nella nostra vita, ecco che oggi, festa di S. Alessandro scopriamo che Gesù stesso ci chiede di lasciarci scegliere da lui… “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”.

Nella nostra vita lo scegliere e il soffermarci su ciò che preferiamo, su ciò che asseconda i nostri gusti e desideri è un’attività che facciamo fin da quando siamo bambini e se qualcuno ha a che fare con qualche bambino piccolo chissà quante volte al giorno pronuncia frasi del tipo “cosa vuoi?”, “cosa preferisci?”, “scegli pure quello che vuoi?”… scegliere è ciò che ci identifica, ciò che ci dona la nostra personalità e ci distingue dagli altri: ciò che scelgo io non è ciò che sceglierebbe il mio vicino di casa o i miei figli o addirittura mia moglie o mio marito… scegliere una cosa vuol dire lasciarne altre, vuol dire che non posso ottenere tutto ma devo selezionare qualcosa, quindi il mio cuore e la mia testa si mettono in modo per selezionare cosa meglio risponde alle mie esigenze e ai miei gusti.

Eppure se pensiamo al Signore, non siamo noi ad averlo scelto ma è lui ad aver scelto noi, ad aver posato il suo sguardo per primo su ciascuno di noi, fosse anche solo per il fatto che per la maggioranza di noi, probabilmente il battesimo è stato un dono che i nostri genitori hanno chiesto per noi quando ancora non eravamo in grado di parlare o decidere, ma anche per chi riceve il battesimo nell’età adulta, non è lui a scegliere il Dio di Gesù Cristo, ma è sempre il Signore ad agire per primo, ad arrivare a toccare il cuore, a fare breccia dentro di lui facendo in modo di smuovere il suo cuore percependo di essere amato infinitamente e gratuitamente da Dio.

Quanta pace e gioia ci può dare il riconoscerci scelti dal Signore, eppure affinché questi sentimenti trovino spazio in noi, è necessario sperimentare la dimensione dell’umiltà, mettere da parte l’arroganza di voler essere noi a scegliere, a decidere… per lasciare che sia lui a sceglierci e costituirci, offrendoci un mandato, un impegno, un compito all’interno di questo nostro mondo, affinché possiamo diventare testimoni dell’amore del Padre per ogni uomo.

È quanto ha fatto Alessandro in prima persona. Non è lui ad aver scelto Gesù, nemmeno ad aver scelto come offrire la sua vita per testimoniare la sua fede nel Signore. Alessandro si è sentito scelto per portare proprio come il vessillo del quale era incaricato per la legione Tebea, di portare la testimonianza della fede nel Signore Gesù, la sua coerenza e costanza gli hanno permesso di manifestare anche davanti agli accusatori che il suo cuore era disposto a professare un’unica fede e Dio lo ha scelto perché attraversasse l’Adda e venisse in terra bergamasca per annunciare in quegli ultimi momenti della sua vita la gioia del Vangelo, una gioia non facile, non immediata, non a basso costo, ma una gioia sofferta, sudata, perché aveva come costo la vita.

Alessandro è stato umile e si è lasciato scegliere dal Signore che ne ha fatto un suo strumento per portare la fede fino a noi, oggi. Il Signore, per mezzo della Chiesa, infatti, ha scelto Alessandro come patrono della nostra parrocchia, della nostra città e della nostra diocesi. Quanta umiltà anche in questo, non un santo conosciuto in tutto il mondo, non un santo che ha fatto grandi cose, non un santo ricordato in un periodo dell’anno nel quale le attività pastorali fanno sì che le famiglie siano presenti e possano riconoscerlo… un santo umile anche nella sua santità, un santo locale, poco conosciuto fuori di Bergamo, un santo che ha annunciato più con la sua passione e morte che non con la sua vita, un santo che corre il rischio di passare in sordina nelle nostre attività. Ci aiuti il Signore a coltivare come Alessandro la nostra umiltà, ponendoci al servizio di quanti ci stanno vicini, riconoscendo che in questo modo lasciamo che sia il Signore a sceglierci e a indicarci il modo di essere, oggi, suoi testimoni.

Commento alla Parola domenicale

19 agosto

XX domenica del tempo ordinario

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Se il pane nutre il nostro corpo e, insieme agli altri alimenti e bevande non possiamo farne a meno se vogliamo vivere, crescere ed essere sani, per la nostra anima possiamo dire che funziona un po’ allo stesso modo. Un vecchio modo di dire dei nostri nonni affermava che il sacco vuoto non sta in piedi… quanta saggezza in parole così semplici… prendendo da un’immagine allora assolutamente comune, vi rileggevano la condizione fisica dell’uomo, che proprio come un sacco ha bisogno di essere riempito, di avere nutrimento dentro di sé per stare in piedi, per non essere fiacco, per non correre il rischio di ammalarsi.

Se siamo tutti bravi, ormai, di prenderci cura del nostro corpo ricorrendo agli alimenti più sani, a diete equilibrate, cercando di apportare al nostro organismo quegli elementi nutritivi indispensabili… quanto corriamo il rischio, dall’altra parte, di dimenticarci che anche il nostro spirito ha bisogno di nutrimento, di essere alimentato per non perdere di vigore, di dinamismo, per non vivere una vita spirituale fiacca e spenta.

Gesù in quest’ulteriore approfondimento del suo discorso sul pane di vita, si presenta a noi, proprio come il nutrimento per la vita eterna. Un nutrimento che è puro dono… è lui infatti che ci offre la sua carne e il suo sangue, ci regala la possibilità della vita eterna. Si tratta però di un dinamismo diverso da quello che sperimentiamo biologicamente ogni volta che ci mettiamo a tavola… col il cibo materiale, infatti, ciascuno di noi mangia qualcosa che ha perso la vita, sia esso animale o vegetale, e il nostro corpo fa in modo di assorbire gli elementi indispensabili al mantenimento della nostra vita; per il Signore e il nutrimento della nostra anima, per mezzo dell’Eucarestia, il funzionamento è il contrario: anzitutto non si tratta di qualcosa di morto che noi ingeriamo, bensì di un pane vivo, è Lui vivente che noi riceviamo in quella particola ogni volta che veniamo a Messa, inoltre non siamo noi ad assimilare lui ma è lui a renderci sempre più simili a sé, se con la cena noi trasformiamo la pasta o l’insalata nel nostro corpo, con l’Eucarestia è Gesù a trasformaci nel suo corpo, in parte di Lui. Questo nutrimento ci offre la possibilità della vita eterna perché ci assimila all’autore della vita stessa.

Il Signore ci doni la grazia di avere sempre fame di Lui, di non illuderci che basti avere un corpo sazio per avere una vita sazia, che basti allungare di qualche giorno la nostra esistenza qui grazie ai progressi dell’epoca moderna, per poter dire di aver vissuto in pienezza la nostra esistenza. Lasciamo che lui infonda in noi, con la sua grazia, la vita vera, la vita eterna.

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12 agosto

XIX domenica del tempo ordinario

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Stiamo proseguendo nell’ascolto del discorso sul pane che Gesù ha fatto dopo la moltiplicazione di quei 5 pani. Potremmo dire che il brano di oggi ci porta a riflettere sul fatto che aderire al Signore, alla sua Parola, rendere vita vera il battesimo che ciascuno di noi ha ricevuto, non è questione di puro ragionamento, non è un’attività che potremmo definire intellettuale… la relazione con il Signore non coinvolge immediatamente o esclusivamente il nostro cervello, la nostra mente… ad essere coinvolto è in primo luogo il nostro cuore perché è lì che il Signore ci chiede di fargli posto.

Funziona come la dimensione dell’amore. Certo che l’innamoramento coinvolge a livello globale una persona, con tutto sé stesso: cuore, mente, corpo… guardate un adolescente o un giovane innamorato, come si suol dire “cotto”, tutto di lui cambia ed è coinvolto da quell’esperienza che di razionale, probabilmente, ha gran poco. Così è il nostro rapporto con Dio. Se andiamo a cercarne la razionalità, probabilmente, anche noi come i Giudei inizieremo a mormorare, a dire che quella cosa non è possibile, che l’altra cosa poteva essere fatta meglio… che eravamo sicuri che sarebbe successo questo e quest’altro… ma Gesù ci mette in guardia dal mormorare perché è un atteggiamento che rovina noi, quanti sono intorno a noi e la comunità intera. Rovina noi, perché nel momento stesso in cui inizio a mormorare mi allontano dalla verità e preferisco considerare solo un punto di vista (il mio) che non è di certo quello assoluto… rovino chi c’è intorno a me perché se è una persona intelligente prenderà le distanze dalla mormorazione e via via da me, se non è intelligente ma è una persona fragile, a sua volta cadrà nel trabocchetto della mormorazione… rovina la comunità perché la mormorazione funziona come una cesoia: è qualcosa che divide e allontana, genera, fatiche e amarezze perché si basa sulla menzogna.

Ma il Signore ci invita a riconoscere che la nostra relazione con lui parte da Lui stesso perché è lui che vuole attirarci a sé. Inoltre è una relazione di cuore, dove solo chi ha saputo ascoltare e lasciarsi istruire dal Signore ha scoperto la libertà di lasciarsi conquistare da lui, come l’innamorato che lasciandosi riempire il cuore dall’amata è così libero da lasciarsi conquistare da quell’amore.

Il Signore parli ancora oggi al nostro cuore, lo riempia di sé perché possiamo essere conquistati da lui, allora quel pane vivo che siamo qui a ricevere, sarà veramente pane di vita eterna, un pane che ci aiuta ad innalzare occhi e cuore verso il cielo per rendere grazie e riconoscere da chi ci giunge questo nutrimento vero.

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05 agosto

XVIII domenica del tempo ordinario

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Noi uomini abbiamo bisogno sempre di qualcuno che ci aiuti ad andare in profondità, si tratta di un’operazione che non possiamo fare da soli. Succede nelle dinamiche familiari, dove i momenti di coppia aiutano proprio a rileggere quanto avviene e provare a portarlo un po’ più nel profondo, succede per noi sacerdoti, chiamati a spezzare la Parola di Dio, non sulla base di nostre fantasie personali, bensì chiamati ad approfondire quanto la Chiesa legge all’interno dei brani che proclamiamo; lo fa ogni battezzato nel momento in cui si pone in ascolto chiedendo al Signore e a noi sacerdoti di rendere vicina alla vita di ogni giorno la Parola di Dio.

E questo è quello che è avvenuto anche in quel giorno oggetto del brano appena ascoltato. La gente riunita intorno a Gesù dopo essersi saziata grazie a quei pani moltiplicati, non è in grado di passare da sola dal segno al suo significato. Quella folla sazia si è fermata al pane fisico, solo la Parola di Gesù, sarà in grado di illuminare le loro menti e i loro cuori per riconoscere che è altro il nutrimento di cui l’uomo ha bisogno, quel cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo ci dona. Sarebbe come per un’innamorata ricevere una rosa rossa e fermarsi a guardare i petali o a pensare che sarebbe bello avere una casa piena di rose rosse… ma non accorgersi che quella rosa è il segno di altro, non di chi sponsorizza un fiorista ma di chi vuole esprimere un sentimento.

Gesù fa passare quegli uomini dal dono al donatore, dalla rosa all’innamorato, dal pane nutrimento del corpo a Lui, nutrimento di tutta la vita.

Noi siamo qui a celebrare proprio questo: l’aver scoperto che solo lui è il nostro vero cibo, che solo lui è in grado di sostenere le nostre fatiche quotidiane, quei tratti di cammino così in salita che a volte sembrano chiederci sforzi superiori alle nostre capacità. Lui è con noi, ci sostiene perché cammina a fianco a noi, ma non solo, è proprio dentro di noi, è parte della nostra stessa vita, è l’energia stessa che ci permette di proseguire nel nostro cammino.

Un’unica cosa è necessaria, credere. La folla credeva che ci fossero tante regole, tanti obblighi da espletare, tante opere da fare… invece Gesù ci dice che l’opera è una sola, credere in colui che il Padre ha mandato, credere in Gesù, affidarci a lui. Se credi in lui, tutto il resto sarà una conseguenza, non un obbligo o un precetto bensì una dimensione di amore e di fiducia. S. Agostino diceva “ama e fa ciò che vuoi”, nel senso che all’interno di una dimensione di amore vero, tutto ciò che fai non può che essere altro amore, oggi potremmo parafrasare: Credi e fa ciò che vuoi. Se crediamo in lui, la nostra vita non sarà più la stessa.

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29 luglio

XVII domenica del tempo ordinario

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Gesù ha compiuto molti segni nel corso della sua vita, ma il rischio di un segno è sempre quello di essere soggetto a diverse interpretazioni, alcune corrette, altre invece fuori strada…

La folla che ha mangiato di quei pani potremmo dire che è proprio andata fuori strada perché ha visto in Gesù un profeta che “riempie la pancia”, un fornaio a buon mercato che sazia senza nessuno sforzo i bisogni più terra terra dell’uomo. Ma il segno che Gesù ha posto, non andava in quella direzione e ce lo dimostra il suo allontanarsi dalla folla quando giungono per farlo re.

Gesù è venuto per saziare un’altra fame che è nel cuore e non nella pancia dell’uomo. La fame di senso, la fame di cura e di relazione che ognuno di noi ha nella sua vita e quanto bisogno abbiamo di nutrire questa fame, altrimenti il rischio è quello di cadere in una forma di denutrizione spirituale che pian piano toglie le forze e ci rinchiude in noi stessi illudendoci di non aver bisogno di nutrimento… un po’ come succede per i casi di anoressia…

Gesù nutre e sazia questa fame sana che abbiamo nel cuore, ma non fa questo da solo, chiede il nostro aiuto, o meglio, la nostra partecipazione a questa sua azione. Proprio come quel giorno ha chiesto l’aiuto ai suoi discepoli. Ed ecco che l’aiuto non è giunto da un punto di vista pratico di organizzazione, di fare bene i calcoli di quanto pane sarebbe servito o di quanto sarebbe costata quell’attività pastorale… bensì è giunto da quel ragazzino che ha semplicemente messo a disposizione quanto aveva con sé. Non si è sentito in imbarazzo a mettere a disposizione il poco che aveva: 5 pani e due pesci, ma li ha messi tutti nelle mani del Signore… avrebbe potuto tenersene uno per sé, tanto per stare sicuro di poter pranzare almeno lui, invece pone tutto nelle mani di Gesù, ed ecco che in quelle mani, anche il nostro niente diventa una ricchezza, diventa qualcosa capace di sfamare.

È così anche nella nostra vita e nella vita della nostra comunità… solo se siamo capaci di mettere nelle mani del Signore il poco che abbiamo, con gioia e libertà, allora il miracolo avviene, allora la fame di cura, di senso e di relazioni vere può essere sfamata, ma se dietro abbiamo solo dei calcoli di interesse, dei calcoli di ritorno in termini di immagine, di popolarità, di riconoscimento… quanto faremo non sarà capace di saziare nessuno.

Il Signore si degni di moltiplicare i nostri pochi pani che anche quest’oggi poniamo nelle sue mani, sull’altare accanto al pane che diventerà il suo corpo, perché diventiamo capaci di offrirci a lui, per il bene degli altri. Penserà lui a moltiplicare e a rendere più che abbondante il nostro niente.

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08 luglio

XIV domenica del tempo ordinario

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Stupisce, forse l’incredulità degli abitanti di Nazareth, proprio come Gesù stesso rimase meravigliato. Eppure, forse, è proprio qualcosa di profondo, di radicato nel cuore dell’uomo, una tentazione lì rannicchiata nell’angolino del nostro cuore, che ha volte emerge anche nelle nostre vite…

La tentazione della ragionevolezza, possiamo provare a definirla così. Lo comprendiamo dall’inizio del brano: i ragionamenti della gente che ha visto crescere Gesù, non fanno una grinza, sono tutti coerenti e ragionevoli. L’hanno visto giocare da bambino, sanno qual è la sua famiglia, potremmo dire riportando ad oggi, sanno che scuola ha fatto, che voti prendeva, cosa ha fatto come apprendista, se ha lavorato o meno… sanno che ad un certo punto ha lasciato la sua casa, sua madre e i suoi parenti… Quante cose sanno… peccato che tutto quel sapere diventa una specie di roccaforte nella quale rifugiarsi per non lasciarsi in qualche modo toccare dal suo messaggio.

Sentono le sue parole, si accorgono che racchiudono una sapienza straordinaria, fuori dal comune, si chiedono infatti da dove gli venga, eppure non fanno il passo avanti, il passo della fede. Sanno dei prodigi che ha compiuto lungo il suo cammino, eppure di fronte alla fatica di credere preferiscono fare il passo indietro tornare alla spiaggia sicura di ciò che è noto e non rischiare il passo della novità. Meglio rimanere nel quieto vivere accomodante, dove tutto si livella a quanto è mediocremente ragionevole, piuttosto che lasciarsi toccare da un messaggio nuovo che destabilizza perché chiede di convertirsi, di cambiare.

Se il Vangelo non ci provoca ma ci lascia nella quiete di quanto ragionevolmente sappiamo, allora non è Vangelo. Paolo, nella seconda lettura ci aiuta a capire proprio questo. È nella mia debolezza riconosciuta e accolta, che diventa feconda la presenza di Cristo. Se mi chiudo nel fortino di me stesso, delle mie certezze ragionevoli, non lascio nessuno spazio per l’azione di Cristo nella mia vita, divento come uno dei cittadini di Nazareth che del Maestro non avevano bisogno, precludendogli la possibilità di compiere miracoli.

La debolezza non vuol dire però nemmeno il piangersi addosso o dirsi sono fatto così e vado bene così… siamo chiamati a prenderci in mano ogni giorno, questo è il cammino di conversione ma il cammino è possibile solo se riconosco la necessità di camminare, cioè se mi riconosco debole e se riconosco la forza di Cristo che mi permette di progredire nella conversione. Se manca uno dei due passaggi l’evento descritto da Paolo non può avvenire: se non riconosco la debolezza Cristo non ha spazio, se non riconosco la sua forza rimango a sguazzare nel fango del mio peccato. Il Signore ci aiuti a stupirci del suo annuncio e a gioire di esserne i destinatari.

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01 luglio

XIII domenica del tempo ordinario

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Siamo di fronte a due miracoli di Gesù, forse a prima vista possono sembrare due situazioni distanti, senza molti punti in comune, probabilmente nemmeno si conoscevano le persone coinvolte, eppure per entrambe il desiderio è quello della salvezza e guarda caso, sono 12 gli anni di malattia della donna, proprio come sono 12 gli anni di vita di quella ragazzina. Ci troviamo di fronte ad un padre che invoca la salvezza e la vita per la propria figlioletta e una donna che cerca di toccare Gesù per essere salvata.

Un germoglio di fede forse è ciò che accomuna queste due persone… un’ultima speranza lì dove ormai non sembra esserci più nessuna speranza. Il padre si getta ai piedi di Gesù e lo supplica, mentre la donna gli tocca il mantello… possiamo dire che per nessuno dei due è sufficiente il passo iniziale, quel passo segnerà l’inizio di un cammino ulteriore che porti dalla guarigione alla salvezza.

Il padre è chiamato ad attendere… il lungo soffermarsi di Marco nel racconto della guarigione della donna, ci fa proprio entrare in quell’attesa… quanti di noi si sono riconosciuti in quelle richieste fatte al Signore, per le quali le risposte sembravano non arrivare mai, per le quali facevamo fatica a comprendere cosa il Signore ci stava dicendo con quel fatto, quella fatica, con quell’arrabbiatura.

Eppure il Signore non si scorda di quell’uomo, gli chiede di avere fede, di uscire dalla dimensione del supermercato: ho un bisogno, arrivo, cerco l’oggetto o il servizio adeguato al mio bisogno, pago alla cassa e… il gioco è fatto… con Dio le cose non funzionano così, l’invito è quello a progredire nella dimensione della fede, a vivere sempre di più nella fiducia, nell’abbandono fra le sue braccia, consegnarci a lui, come sono chiamati a fare entrambi, sia il padre che si consegna con tutto il dolore per la situazione di sua figlia, sia la donna che dopo aver compiuto quel gesto di nascosto, esce allo scoperto e si consegna a Gesù, esce dalla dimensione scaramantica e feticista del “toccare per”… Gesù non esclude la dimensione della corporeità, lui stesso infatti si è fatto uomo ed ha assunto fino in fondo la nostra umanità ed ha scelto di rimanere in mezzo a noi, attraverso il pane e il vino, non con pure teorie ma con qualcosa che possiamo vedere, toccare, gustare… però ci chiede di fare un passo avanti… riconoscere che non dipende da ciò che tocco la mia salvezza, non dipende da quanti santini porto nel portafoglio o dal fatto di avere al collo uno o più crocifissi o dall’avere in tasca il rosario… non si tratta di amuleti o di gesti scaramantici, ma potremmo dire di promemoria che hanno senso nella misura in cui ci aiutano a fare il passo avanti nella fede, nella misura in cui mi ricordano la sua presenza nella mia vita, la sua cura nei miei confronti, allora anche per me, come per quella donna e quella bimba si aprirà la porta della salvezza.

Commento alla Parola domenicale

24 giugno

Natività di S. Giovanni Battista

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Nella nascita di S. Giovanni Battista il Vangelo ci presenta già alcuni tratti che mostrano quanto questo bimbo sarà diverso da ogni altro ragazzino… un parto straordinario, Elisabetta è avanti negli anni ed è sterile, il padre al rientro dal suo servizio al tempio dove ha ricevuto l’annuncio dell’angelo rimane muto per non aver creduto, il nome proposto, lo stesso del padre – come spesso avveniva del resto – non viene accettato né dalla madre né dal padre ma chiedono che gli venga posto il nome di Giovanni, Zaccaria riacquista la possibilità di parlare quando dimostra di accogliere il progetto di Dio scrivendo sulla tavoletta che Giovanni è il suo nome… passare dall’incredulità al credere gli ha fatto anche riacquistare il dono della parola. Si tratta di un bambino che subito, dai primi giorni, fa discutere tutta la regione… questo ci richiama in qualche modo i vangeli di Natale, anche qualche mese dopo infatti tutti parleranno di un altro bambino.

Giovanni precede Gesù, è il suo precursore, colui che, cammina avanti al Messia e annuncia la necessità di essere pronti ad accoglierlo. Lo anticipa di circa sei mesi nella nascita, lo anticipa nella predicazione, lo introdurrà con il battesimo nel momento della vita pubblica… e lo anticiperà anche nel martirio perché proprio per quella sua parola così tagliente e scomoda verrà ucciso da Erode su istigazione di Erodiade.

Oggi è il giorno nel quale la sottolineatura del Vangelo va a porsi relativamente al nome… il nostro nome è ciò che ci contraddistingue, dice chi siamo, quando vogliamo o dobbiamo presentarci a qualcuno diciamo il nostro nome, quando vogliono chiamarci pronunciano il nostro nome… quando dobbiamo firmare qualcosa utilizziamo il nome… Giovanni significa in ebraico “Dio usa misericordia”, in quel nome era racchiuso tutto un programma di vita, quel bambino portava in sé il segno di quella misericordia di Dio per tutto il popolo, il fatto che Dio non si era dimenticato del suo popolo… quel nome annuncia quanto Dio sta per fare, o meglio, quanto sta facendo con l’invio del proprio figlio e questo sarà proprio lo stile della vita e dell’annuncio del battista.

A conclusione del brano, la gente si chiedeva “Che sarà mai questo bambino?” chissà quante volte ci siamo posti questa domanda nei confronti dei più piccoli, che sarà di lui, che mondo troverà, cosa farà, starà bene… quest’oggi, nella nostra preghiera consegniamo tutti i piccoli del mondo intero, affinché trovino in noi adulti persone responsabili e degne di fiducia, che, come il precursore per Gesù preparino loro la strada affinché il mondo possa essere casa accogliente per la loro crescita.